IL DRAKEN A PORTEGRANDI

IL DRAKEN A PORTEGRANDI
Il dipinto di G.A.Sartorio e la mostra di San Donà di Piave

di D. Casagrande 

C'è un quadro di Giulio Aristide Sartorio che abbiamo scelto come immagine guida per illustrare l'evento quasi ne fosse il logo e che figura, quindi, anche nella copertina del catalogo della mostra delle opere dell'artista romano, allestita alla Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di San Dona', la tecnica del dipinto è ad olio su carta ed ha come titolo Il Draken a Porte Grandi.
Quasi come un fantasma il pallone frenato degli osservatori militari emerge dalla campagna oltre il fiume con il suo colore bianco dai bagliori argentei che riflettono la luce del giorno. Si sta lentamente innalzando per poter controllare fino al più lontano orizzonte anche i più piccoli movimenti di uomini o mezzi di terra o dell'aria, pronto a ridiscendere con incredibile velocità in caso di attacco, per porsi al riparo delle proprie difese contraeree dai razzi che ne avrebbero causato l’esplosione immediata. Tutt'intorno si respira un'aria di quiete, ma è una quiete solo apparente come potrebbero indurre a pensare gli animali che l’autore forse per movimentare la scena ha inserito in primo piano.
Ma ad una osservazione più attenta, sembra forse che il gruppo di ruminanti e il mulo che li accompagna cerchi invano un rifugio e che le bestie vaghino inermi e quasi inebetite nella campagna sconvolta e abbandonata. L'argine lontano fa da quinta naturale al brulicare degli addetti che si affaccendano inquieti intorno alle funi che scompaiono come fili invisibili di un immaginario burattinaio, nascondendo il sistema che vincola al terreno questo inquietante colosso di gomma.
E' un Draken, un Drago nella corrispondente traduzione letterale, un drago da assalire e sconfiggere per gli uomini della cavalleria aerea, novelli paladini proiettati dall'alto medioevo non a difendere deboli ed oppressi ma ad essere i consapevoli artefici di una guerra assurda come lo sono sempre tutte le guerre perché producono solo morte e distruzione.
Se ci allontaniamo da queste considerazioni forse retoriche perché sempre inascoltate ma mai inutili ed estraiamo dai cassetti della memoria i fatti concreti accaduti nei campi di battaglia, vediamo che al di là e al di sopra delle discutibili motivazioni di una guerra, ciò che brilla ancora di luce propria nonostante il tempo trascorso, le epoche mutate, i cambiamenti dei sistemi di vita indotti dal progresso tecnico, sono proprio le azioni ardite degli uomini che quelle guerre le hanno combattute interpretando in modo puro e assoluto il ruolo che a loro si chiedeva di ricoprire, quello dell'eroe. Ecco quindi che da questa astrazione, emergono figure di assoluto rilievo che forse mai avrebbero immaginato di essere tali ma che lo spirito che avvolgeva il loro sentire si sono trasformati nei più puri interpreti del loro momento di gloria che si è perpetuato nel tempo, trasformandosi poi nel mito dei caduti, nel loro ricordo, nella loro esaltazione.
Non a caso il Draken è l'immagine scelta per la mostra essa ci rinvia ad uno dei più originali eroi della nostra gente, un giovane sandonatese, che dalla spensierata e tranquilla esistenza nella sua bella residenza di campagna ove lo immaginiamo attorniato da amici e da splendide giovani si è trasformato in uno dei più temibili combattenti, Giannino Ancillotto.
L'uomo degli inseguimenti notturni dei bombardieri nemici, l'aviatore che ha difeso dai bombardamenti le città venete, il cavaliere dell'aria senza macchia e senza paura che impegna in accaniti corpo a corpo gli aerei nemici riuscendo ad abbatterne nove. Ma il fatto più eclatante e che ne ha trasmesso il ricordo perenne ben oltre la morte immatura è proprio l'aver ingaggiato una vittoriosa lotta contro quei draghi creando il suo mito.
Nei cieli del Piave l’Ancillotto tra il 30 novembre e il 5 dicembre del 1917, a Levada, a San Polo, a Rustignè, diventa il distruttore di draghi. A Rustignè l’azione più esaltante per la quale ottenne la più ambita delle decorazioni, la Medaglia d’Oro, è il 5 dicembre del 1917. Ancillotto assalì con impeto il Draken a bordo del suo ansimante velivolo Nieuport. La manovra di discesa non ebbe successo e il velivolo dell’eroe e il pallone si trovarono quasi di fronte, con scarsa possibilità di manovra per l’aviatore. Ancillotto lanciò i razzi che arrivarono a segno facendo esplodere l’idrogeno che gonfiava la struttura ma ormai il velivolo era troppo vicino al suo bersaglio.
Ancillotto spense subito il motore del Nieuport e l’esplosione lasciò un varco creando in coloro che da terra osservavano la scena, la sensazione che l’apparecchio attraversasse il drago da parte a parte. Ancillotto riuscì fortunosamente ad atterrare al campo di Marcon, portando sulle ali bruciacchiate i brandelli del pallone distrutto. Nella prima pagina della Domenica del Corriere, qualche mese dopo appare il disegno della scena si rafforza il mito dell’eroe. Un eroe sfortunato. Dopo altre imprese eclatanti, compiute anche dopo la conclusione del conflitto come il primo attraversamento delle Ande peruviane, Ancillotto muore in circostanze tragicamente banali, un incidente d’auto. Ma lui continua ad essere l’eroe di San Dona’, la ridente cittadina sulle rive del Piave che fu completamente rasa al suolo dai bombardamenti della guerra.
L’attuale città lo ricorda ancora con un monumento al centro della piazza principale un monumento dalla forma di aeroplano, d’ispirazione futurista, il suo cavallo aereo, il mezzo meccanico di moderno cavaliere senza macchia e senza paura.